La festività religiosa di Rosh-hashanà, che cade il 1° di Tishri (settembre) e dura due giorni, segna l'inizio del nuovo anno ebraico ed è contraddistinta dal suono dello shofar, il corno di montone che ricorda il sacrificio di Isacco.

Rosh-hashanà commemora sia la creazione del mondo, sia il giorno in cui Dio emette il giudizio su ogni creatura. Si pensa che essa rappresenti per Dio il momento opportuno per ricordarsi delle azioni degli uomini, per questo non sorprende che la festa sia preceduta e ancor più seguita da giorni improntati a un tono fortemente penitenziale. I riti culminanti di Rosh ha-Shanà avvengono in sinagoga, in cui ci si trattiene per varie ore in entrambi i giorni della festa. E’ lì che più volte si alza la voce dello shofar, suonato dalla tevà, il pulpito destinato alla lettura della Torah. Nel pomeriggio del primo giorno vi è la consuetudine di recarsi presso un corso d’acqua o un pozzo per compiere la cerimonia del tashlit, contraddistinta dall’azione simbolica di affondare i propri peccati nell’acqua.
Rosh-hashanà (come Kippur) non ha un chiaro riferimento ad episodi della storia ebraica, sono giorni dedicati alla riflessione e costituiscono anche un periodo di preparazione alla festa di Sukkoth. Per questa festa, è tradizione mangiare spicchi di mela intinti nel miele per l’augurio di un dolce anno; inviare ad amici e parenti biglietti di auguri; fare germogliare in casa una piccola quantità di grano e granturco come auspicio di prosperità.
Nella sala degli argenti del Museo troverete una vetrina dedicata a questa festività.

Sukkoth è la festa delle capanne: inizia il 15 di Tishrì (settembre) e dura sette giorni. Rievoca i quarant'anni trascorsi dal popolo di Israele nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto, quando furono costretti a dimorare appunto in capanne.

Il precetto che caratterizza la festa è la costruzione all’aperto della sukkà (capanna) che deve avere tra pareti e una copertura di frasche che permetta di vedere il cielo. Sotto la sukkà si devono consumare i pasti, e possibilmente anche dormire: la sukkà deve essere considerata a un tempo rifugio e dimora in cui è piacevole soggiornare, studiare, leggere e conversare. Abbandonando la propria casa per andare ad abitare in una fragile capanna, l’ebreo mette in evidenza che confida nella protezione divina.
Nelle funzioni sinagogali un ruolo molto importante è riservato all’altro principale simbolo della festa: le “quattro specie”. Esse sono costituite dal lulav, cioè da un ramo di palma, da un ramo di salice e da un ramo di mirto; questi tre vegetali sono tenuti nella mano destra, mentre nella sinistra si tiene un etrog (cedro); assieme simboleggiano la fertilità della terra alla conclusione del raccolto.
Durante la preghiera il lulav viene fatto ondeggiare in tutte la direzioni per chiedere la pioggia e per indicare l’universale dominio di Dio, e si compie un giro intorno alla sinagoga, pronunciando inni, contraddistinti dal ritornello hosha’na (“salvaci”). Il settimo giorno si svolge una particolare cerimonia che prevede sette giri col lulav intorno alla Torah.
Due momenti evidenziano lo spirito di questa festa: il primo è costituito dalla cerimonia in cui vengono portati in processione i rotoli della Torah; il secondo è la chiusura del ciclo annuale di lettura della Torah. Infatti alla proclamazione dell’ultimo capitolo del Deuteronomio, con cui termina il Pentateuco, segue subito la lettura del primo capitolo della Genesi. Il senso di questa saldatura è chiaro: il ciclo della proclamazione della parola deve essere ininterrotto, cosicché la fine va a congiungersi con l’inizio.
Nella sala degli argenti del Museo troverete una vetrina dedicata a questa festività.

Pesach (Pasqua) è una delle feste più importanti del calendario ebraico e ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana. Inizia il 15 di Nissàn (marzo-aprile) e dura otto giorni. Per tutto il tempo di Pesach è vietato consumare cibi lievitati, in ricordo della cena consumata in fretta alla vigilia della fuga dall'Egitto, e il pane viene sostituito con il pane azzimo (matzàh).

Anticamente per Pesach si doveva intendere solo la notte che va dal 14 al 15 di Nissan, la quale in origine coincideva con un’antica festa di primavera, in cui i pastori esprimevano il loro ringraziamento per la nascita dei nuovi agnelli del gregge. Nel corso dello sviluppo del calendario festivo un’altra celebrazione, quella agricola del pane non lievitato (matzah), venne sempre più ad avvicinarsi a Pesach, fino a quando quest’ultima fu esplicitamente considerata l’inizio della festa degli azzimi. Le due celebrazioni così collegate sono considerate come un’unica festa, della durata di sette giorni, che comincia la sera prima del 15 di Nissan (marzo-aprile), primo mese del calendario ebraico.
La preparazione della Pasqua si concentra sull’eliminazione dalle mura domestiche delle sostanze lievitate (chamez), in ricordo della cena consumata in fretta alla vigilia della fuga dall’Egitto. Il culmine dei riti pasquali è costituito dalla celebrazione della cena, chiamata seder (ordine), che si svolge nelle prime due sere della festa. Sulla tavola, apparecchiata con le stoviglie per Pesach, vi sono tre azzime (mazzot), una zampa di agnello (zerda) in ricordo dell’antico sacrificio pasquale, un uovo sodo (betza), simbolo di lutto in ricordo della distruzione del Tempio, erbe amare (maror), per ricordare l’amarezza della schiavitù, sedano (karpas) da intingere nell’aceto o nell’acqua salata, simile alle lacrime versate e un composto di frutta (charoset), che ricorda l’argilla con cui gli schiavi ebrei fabbricavano mattoni.
Il seder rappresenta il protrarsi del racconto delle proprie origini e questo ininterrotto narrare costituisce, oltre a un indubitabile processo di identità culturale, anche la diretta esecuzione del precetto biblico che prescrive di raccontare al proprio figlio l’uscita dall’Egitto. Il tutto è racchiuso nell’Haggadah (narrazione) che comprende il racconto dell’uscita dall’Egitto e le varie interpretazioni rabbiniche nei secoli successivi.
Nella sala degli argenti del Museo troverete una vetrina dedicata a questa festività.

Shabbat (da Shavat: cessare, riposare) ricorda il riposo del Signore dopo la creazione; inizia con il tramonto del venerdì sera e termina con l'apparire nel cielo delle prime tre stelle della sera del sabato.

Nel giorno di Shabbat non si può compiere alcun lavoro che implichi una trasformazione del creato. Il venerdì, prima del tramonto, la donna usa accendere due lumi; all’inizio della cena il capofamiglia consacra lo Shabbat con il vino (Kiddush) e due pani interi (challòt). Al termine dello Shabbat, la cerimonia della Havdalàh separa la giornata festiva dai giorni di lavoro, durante questo rito si pronunciano benedizioni sul vino, sulle spezie, sulla luce e sulla separazione tra il sacro e il profano.
Nella sala degli argenti del Museo troverete una vetrina dedicata a questa festività.

 

Glossario termini ebraici