Il ghetto a Venezia 1516-1797

Finalmente siamo riusciti a pubblicare il nostro nuovo libro sulla storia del ghetto di Venezia: “Il ghetto a Venezia 1516-1797” , CoopCulture editore.

L’autore è il nostro curatore scientifico Umberto Fortis che così racconta come è perché il libro è nato in questi anni.

Potete trovarlo nel nostro bookshop.

Habent sua fata libelli

Le famose parole di Terenziano Mauro Habent sua fata libelli possono essere interpretate in molti modi. Nel caso, però, del libello edito da Coopculture sul ghetto di Venezia e sul suo museo, il fatum ha una sua singolare vicenda che precede una tormentata nascita, frutto di un laborioso, lungo travaglio. È una storia che va ricordata anche per respingere, in via preventiva, possibili, malevole insinuazioni. Perché, come si sa, secondo il noto versetto dello Sterbeni, il librettista del Barbiere rossiniano, la calunnia è un venticello, che si è insinuato anche nelle strette calli del ghetto e in corte Scala Matta, ma che ha saputo pure attraversare la laguna fino alla lontana terraferma, non si sa se con il nuovo tram o con l’autobus tradizionale!

   E allora: correva l’anno di grazia 2016: nel successivo, 2017, per una delle tante coincidenze della storia, sarebbe caduto l’anniversario dei cento anni dalla nascita (1917) e dei cinquanta dalla immatura scomparsa (1967) del mio Maestro e cognato Rav Ghershom Bruno Polacco z.l. Vissuto a Venezia e educato nelle scuole e nelle sinagoghe del ghetto, hazzan-officiante a Scola Spagnola e Levantina, prima di assumere la cattedra rabbinica a Ferrara e a Livorno, fu sempre cultore appassionato dei riti, delle usanze e della parlata giudeo-veneziana. Pensai perciò, per onorare la Sua memoria in quell’occasione, di dedicargli alcuni appunti e immagini che stavo raccogliendo proprio sul chatzèr veneziano da lui tanto amato: semplici dispense divulgative, da versare forse in un dischetto facilmente riproducibile, per offrirle, tramite la disponibilità della libreria del museo ebraico, al turista di passaggio, in cambio di una piccola, libera offerta a favore di Alyn, il benemerito ospedale pediatrico israeliano. Era un buon proposito, un semplice atto d’omaggio a un maestro, ma anche un obiettivo difficilmente attuabile e quegli appunti rimasero perciò dispersi tra altri nuovi progetti, realizzati poi nella stesura di uno studio critico, comunque in grado di corrispondere in tempo all’intento commemorativo originario.

   Il caso volle, ormai nel 2018, che un editore con il quale avevo un tempo collaborato per un volume sul ghetto, volesse pubblicare un diverso lavoro sullo stesso argomento e mi chiedesse una nuova partecipazione. Mi ricordai dei vecchi appunti che, con il necessario corredo fotografico, avrebbero potuto offrire il materiale utile alla proposta editoriale. E tuttavia, nonostante la più ampia disponibilità da parte mia e di chi avrebbe concesso gran parte dell’apparato iconografico, il costo complessivo risultò troppo alto per l’editore, l’iniziativa rimase nelle intenzioni e quegli appunti tornarono a giacere tra le carte del mio archivio.

   Fu a questo punto che le due curatrici del museo, ricordando il mio primitivo progetto, avanzarono l’ipotesi di pubblicare con Coopculture un volume che sarebbe tornato utile anche come possibile linea di lettura del percorso espositivo museale. Di fronte all’inattesa proposta, espressi subito le mie perplessità, consapevole dell’alto prezzo che la pubblicazione integrale del mio testo, strutturato con l’intero apparato iconografico originale, avrebbe comportato, con gli inevitabili rischi economici post eventum. L’operazione tuttavia, dopo opportuni accordi per un adeguamento, in senso riduttivo, alle risorse figurative disponibili, ebbe un lungo, laborioso seguito. Da parte mia lasciai al museo i miei appunti, nullo praemio proposito; fu ritrovato, senza che nulla ne sapessi, l’apporto dell’Associazione Culturale Savio Benefator per la traduzione in inglese; ci si avvalse della disponibilità di alcuni amici per un diverso corredo fotografico, idoneo per le nuove esigenze; si aggiunsero l’impegno dello staff del museo per la cura editoriale e la partecipazione dello Studio Lanza per l’ottima, elegante grafica: e Coopculture poté così condurre a concreta realizzazione l’intero progetto entro accessibili confini economici. L’esito complessivo, rispetto all’apparato iconografico e all’intera struttura del testo, risulta in gran parte discosto dal disegno originario; ma rimangono in parte gli appunti nella loro essenzialità e con qualche nota originale, ove la storia è ridotta a necessario filo conduttore, la cultura è affidata a sintetici profili sugli autori più noti della storia del ghetto, l’arte – in misura preponderante, data la specifica, nuova destinazione del volume – si sofferma sulla descrizione dei più importanti oggetti del museo e sul significato e il valore delle sinagoghe. Una sorta di ideale guida, insomma, al percorso espositivo visitato da un turista.

   Questa, e non altra, è dunque la vera, lunga Historia di una faticosa gestazione e di un parto che ha richiesto numerosi interventi correttivi, il cui esito è affidato, in questo caso, a un fatum che si auspica prospero e felice, a compensare anche l’impegno di chi ha operato, in modi diversi, sulle sudate carte delle difficili bozze. Non resta allora che una doverosa conclusione, per raccordarsi, in qualche modo, agli intenti commemorativi che hanno, all’origine, generato i primitivi appunti. E ora dunque: Cui dono lepidum novum libellum? Certamente in questo caso agli ideatori e ai primi curatori del museo: in memoriam: Rav Elio Toaff, Rav Bruno Polacco, Parnas Aldo Fortis, dott.sa Giovannina Reinisch, prof. Cesare Vivante: “Il Loro ricordo sia in benedizione”.

 

  1. F.