LE FESTIVITÀ EBRAICHE
Il matrimonio
l
matrimonio è sia un accordo privato codificato
da un contratto nuziale, sia un impegno nei confronti
della Comunità ebraica in rispetto a quanto scritto
nella Genesi: "Crescete, moltiplicatevi e popolate
la terra".
La Bibbia rappresenta il matrimonio come parte fondamentale
dello schema della creazione, inteso per tutta l'umanità.
Lo scopo del matrimonio non è soltanto quello
di assicurare alla coppia una posterità, ma anche
quello di assicurarsi un aiuto reciproco. Il dovere
di crearsi una famiglia, secondo la tradizione ebraica,
è il primo dei 613 precetti della Torà.L'uomo
e la donna insieme, nell'amore e nel vicendevole rispetto,
raggiungono un completamento fisico, morale, spirituale.
Soltanto nel matrimonio le esigenze dell'uomo e della
donna, sia fisiche che sociali, possono essere dirette
a scopi sacri.
Il matrimonio può aver luogo in sinagoga, in
casa della sposa, persino all'aperto.
La cerimonia si svolge sotto il baldacchino nuziale,
la chuppah, i cui quattro angoli simboleggiano la casa
che la coppia costruirà a partire da quel giorno.
Durante la cerimonia viene letta la ketubah, il contratto
matrimoniale che regolamenta gli obblighi economici,
sociale e coniugali, e che ha lo scopo di difendere
i diritti della sposa. Momento centrale della cerimonia
è quello in cui, dopo che gli sposi hanno assunto
i loro reciproci obblighi, lo sposo dichiara di "consacrare
a sé" la sposa e le pone al dito l'anello.
La benedizione degli sposi da parte dei genitori esprime
poi tutta la profondità degli affetti famigliari
e la continuità della famiglia.
Secondo un uso molto diffuso, lo sposo rompe un bicchiere
alla fine della cerimonia, per ricordare Gerusalemme
ancora da ricostruire e per sottolineare che anche nel
momento di grande gioia ci deve essere un attimo di
riflessione.
Il rabbino, che presiede alla cerimonia e ne garantisce
il corretto svolgimento, completa la stesura della ketubah.
Rosh
ha-Shanà
a
festività religiosa di Rosh-hashanà, che
cade il 1° di Tishri (settembre) e dura due giorni,
segna l'inizio del nuovo anno ebraico ed è contraddistinta
dal suono dello shofar, il corno di montone che ricorda
il sacrificio di Isacco. Rosh-hashanà commemora
sia la creazione del mondo, sia il giorno in cui Dio
emette il giudizio su ogni creatura. Si pensa che essa
rappresenti per Dio il momento opportuno per ricordarsi
delle azioni degli uomini, per questo non sorprende
che la festa sia preceduta e ancor più seguita
da giorni improntati a un tono fortemente penitenziale.
I riti culminanti di Rosh ha-Shanà avvengono
in sinagoga, in cui ci si trattiene per varie ore in
entrambi i giorni della festa. E' lì che più
volte si alza la voce dello shofar, suonato dalla tevà,
il pulpito destinato alla lettura della Torah. Nel pomeriggio
del primo giorno vi è la consuetudine di recarsi
presso un corso d'acqua o un pozzo per compiere la cerimonia
del tashlit, contraddistinta dall'azione simbolica di
affondare i propri peccati nell'acqua.
Rosh-hashanà (come Kippur) non ha un chiaro riferimento
ad episodi della storia ebraica, sono giorni dedicati
alla riflessione e costituiscono anche un periodo di
preparazione alla festa di Sukkoth. Per questa festa,
è tradizione mangiare spicchi di mela intinti
nel miele per l'augurio di un dolce anno; inviare ad
amici e parenti biglietti di auguri; fare germogliare
in casa una piccola quantità di grano e granturco
come auspicio di prosperità.
Sukkoth
ukkoth
è la festa delle capanne: inizia il 15 di Tishrì
(settembre) e dura sette giorni. Rievoca i quarant'anni
trascorsi dal popolo di Israele nel deserto dopo l'uscita
dall'Egitto, quando furono costretti a dimorare appunto
in capanne. Il precetto che caratterizza la festa è
la costruzione all'aperto della sukkà (capanna)
che deve avere tra pareti e una copertura di frasche
che permetta di vedere il cielo. Sotto la sukkà
si devono consumare i pasti, e possibilmente anche dormire:
la sukkà deve essere considerata a un tempo rifugio
e dimora in cui è piacevole soggiornare, studiare,
leggere e conversare. Abbandonando la propria casa per
andare ad abitare in una fragile capanna, l'ebreo mette
in evidenza che confida nella protezione divina.
Nelle funzioni sinagogali un ruolo molto importante
è riservato all'altro principale simbolo della
festa: le "quattro specie". Esse sono costituite
dal lulav, cioè da un ramo di palma, da un ramo
di salice e da un ramo di mirto; questi tre vegetali
sono tenuti nella mano destra, mentre nella sinistra
si tiene un etrog (cedro); assieme simboleggiano la
fertilità della terra alla conclusione del raccolto.
Durante la preghiera il lulav viene fatto ondeggiare
in tutte la direzioni per chiedere la pioggia e per
indicare l'universale dominio di Dio, e si compie un
giro intorno alla sinagoga, pronunciando inni, contraddistinti
dal ritornello hosha'na ("salvaci"). Il settimo
giorno si svolge una particolare cerimonia che prevede
sette giri col lulav intorno alla Torah.
Due momenti evidenziano lo spirito di questa festa:
il primo è costituito dalla cerimonia in cui
vengono portati in processione i rotoli della Torah;
il secondo è la chiusura del ciclo annuale di
lettura della Torah. Infatti alla proclamazione dell'ultimo
capitolo del Deuteronomio, con cui termina il Pentateuco,
segue subito la lettura del primo capitolo della Genesi.
Il senso di questa saldatura è chiaro: il ciclo
della proclamazione della parola deve essere ininterrotto,
cosicché la fine va a congiungersi con l'inizio.
Seder di Pesach
esach (Pasqua)
è una delle feste più importanti del calendario
ebraico e ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù
egiziana. Inizia il 15 di Nissàn (marzo-aprile)
e dura otto giorni. Per tutto il tempo di Pesach è
vietato consumare cibi lievitati, in ricordo della cena
consumata in fretta alla vigilia della fuga dall'Egitto,
e il pane viene sostituito con il pane azzimo (matzàh).
Anticamente per Pesach si doveva intendere solo la notte
che va dal 14 al 15 di Nissan, la quale in origine coincideva
con un'antica festa di primavera, in cui i pastori esprimevano
il loro ringraziamento per la nascita dei nuovi agnelli
del gregge. Nel corso dello sviluppo del calendario
festivo un'altra celebrazione, quella agricola del pane
non lievitato (matzah), venne sempre più ad avvicinarsi
a Pesach, fino a quando quest'ultima fu esplicitamente
considerata l'inizio della festa degli azzimi. Le due
celebrazioni così collegate sono considerate
come un'unica festa, della durata di sette giorni, che
comincia la sera prima del 15 di Nissan (marzo-aprile),
primo mese del calendario ebraico.
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PIATTO
DI PESACH, argento
e pietre dure - Venezia,
XIX° secolo |
La preparazione della Pasqua si concentra sull'eliminazione
dalle mura domestiche delle sostanze lievitate (chamez),
in ricordo della cena consumata in fretta alla vigilia
della fuga dall'Egitto. Il culmine dei riti pasquali
è costituito dalla celebrazione della cena, chiamata
seder (ordine), che si svolge nelle prime due sere della
festa. Sulla tavola, apparecchiata con le stoviglie
per Pesach, vi sono tre azzime (mazzot), una zampa di
agnello (zerda) in ricordo dell'antico sacrificio pasquale,
un uovo sodo (betza), simbolo di lutto in ricordo della
distruzione del Tempio, erbe amare (maror), per ricordare
l'amarezza della schiavitù, sedano (karpas) da
intingere nell'aceto o nell'acqua salata, simile alle
lacrime versate e un composto di frutta (charoset),
che ricorda l'argilla con cui gli schiavi ebrei fabbricavano
mattoni.
Il seder rappresenta il protrarsi del racconto delle
proprie origini e questo ininterrotto narrare costituisce,
oltre a un indubitabile processo di identità
culturale, anche la diretta esecuzione del precetto
biblico che prescrive di raccontare al proprio figlio
l'uscita dall'Egitto. Il tutto è racchiuso nell'Haggadah
(narrazione) che comprende il racconto dell'uscita dall'Egitto
e le varie interpretazioni rabbiniche nei secoli successivi.
Shabbat
habbat
(da Shavat: cessare, riposare) ricorda il riposo del
Signore dopo la creazione; inizia con il tramonto del
venerdì sera e termina con l'apparire nel cielo
delle prime tre stelle della sera del sabato.
Nel giorno di Shabbat non si può compiere alcun
lavoro che implichi una trasformazione del creato. Il
venerdì, prima del tramonto, la donna usa accendere
due lumi; all'inizio della cena il capofamiglia consacra
lo Shabbat con il vino (Kiddush) e due pani interi (challòt).
Al termine dello Shabbat, la cerimonia della Havdalàh
separa la giornata festiva dai giorni di lavoro, durante
questo rito si pronunciano benedizioni sul vino, sulle
spezie, sulla luce e sulla separazione tra il sacro
e il profano.
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